La Mercificazione della donna

Violenze e discriminazioni contro le donne nel mondo contemporaneo

Le autorità occidentali, attraverso i media, denunciano spesso i comportamenti discriminanti e vessatori, contro la donna, presenti all’interno della cultura islamica. Queste denunce danno ad intendere che la cultura occidentale tutela i diritti delle donne. Ma siamo davvero sicuri che le donne siano rispettate nella cultura occidentale? Dai fatti sembrerebbe proprio di no.
Nelle zone occupate dalle truppe occidentali, il livello di disprezzo e di violenza contro le donne è massimo. L’arrivo degli eserciti occidentali (peacekeepers o Caschi Blu, missioni Nato ecc.) produce sempre, oltre allo sfruttamento economico e sociale dei popoli occupati, anche sfruttamento sessuale di donne e bambini. Quasi mai i soldati subiscono processi per questi reati, nemmeno quando il crimine viene denunciato e provato. La violenza contro le donne e i bambini sembra fare parte della “missione” delle truppe occidentali. Nei paesi del Terzo Mondo, molte donne e bambini vengono ridotti in schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo. Le violenze vengono perpetrate direttamente dai soldati occidentali, oppure dalle truppe mercenarie pagate dai governi. I gruppi di guerriglia in Congo, in Somalia, in Etiopia, in Nigeria, in Liberia e in molti altri paesi africani, pagati dagli Usa, quotidianamente attuano stupri e violenze di ogni genere contro le donne, come se ciò facesse parte dell’ingaggio.
Nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc), in particolare nella provincia del Nord Kivu, la guerriglia al soldo degli Stati Uniti pratica impunemente lo stupro da alcuni anni. Le organizzazioni umanitarie hanno rilevato, nel 2005, almeno 1292 casi di violenza sessuale e altrettanti casi nei primi mesi del 2006.
Le violenze contro le donne, insieme ad altri numerosi crimini, vengono utilizzate per distruggere psicologicamente la popolazione, e spezzare ogni resistenza. Racconta l’organizzazione di Medici senza Frontiere che opera in Congo:medici senza frontiere Lo stupro è usato come un mezzo per terrorizzare la popolazione, e il numero di casi aumenta con ogni nuovo scoppio di combattimenti e attacchi. Se le giovani sotto i 18 anni sono particolarmente esposte (quasi il 40% dei casi), il gruppo più colpito è quello delle donne tra i 19 e i 45 anni (53,6%). Queste sono le donne che lavorano nei campi per potere mantenere le loro famiglie. Gli atti di aggressione contro di loro hanno luogo principalmente in campi isolati ma anche lungo le strade percorse per arrivarvi. Di conseguenza, le donne limitano i loro spostamenti e nei centri nutrizionali nella missione di Kayna le madri preferiscono alloggiare nelle immediate vicinanze invece di tornare ogni settimana per prendere le razioni per i loro bambini.

In Africa, come in Asia e in Medio Oriente, sono in aumento le violenze contro bambine e donne. Un rapporto di Human Rights Watch (Hrw), del 2005, riporta casi agghiaccianti di violenze sessuali contro donne e bambine praticate da “peacekeepers” dell’Onu. Una ricercatrice di Hrw, Anneke Van Woudenberg, spiega: “Vediamo che nelle zone di conflitto lo stupro è usato sempre di più come un’arma da guerra… Non si tratta di occasionali voglie di sesso dei soldati. Lo stupro sta diventando parte della condotta normale di guerra“.
Il rapporto di Hrw sostiene che le violenze sono utilizzate per indebolire le comunità e sottometterle con più facilità. Soltanto nella città di Bunia (Ituri), 40  donne e ragazze, ogni settimana, in seguito alle violenze subite, si rivolgono a Hrw per essere aiutate. Le truppe dell’Onu in Congo, chiamate con la sigla Monuc, sono state accusate di numerosi casi di violenza sessuale e di prostituzione infantile. La responsabile di Le truppe occidentali, o i gruppi di guerriglia al soldo delle corporation e delle banche occidentali, in molti paesi, hanno creato una situazione talmente grave e criminale, che nel contesto gli stupri appaiono il male minore. La fame, le malattie, la denutrizione e il terrore in cui versa la popolazione, trasformano la realtà in un incubo. In Congo muoiono 31.000 persone al giorno, per la guerra e la fame, la maggior parte delle quali sono bambini. Secondo l’International Rescue Committee, dall’agosto del 1998, sono morte circa quattro milioni di persone. Sheila Sisulu, vicedirettore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale, racconta episodi di “ordinaria” violenza:Hrw in Congo, Jane Rasmussen, racconta: “I posti in cui sono accaduti i peggiori episodi di violenze sessuali sono gli stessi da cui abbiamo ricevuto le denunce peggiori sul comportamento dei peacekeepers… Il fatto è che le donne sono in una condizione di tale degrado che la cosa appare loro quasi normale. Una ragazza mi ha detto, in lacrime, che almeno quelli del Monuc pagano“.

La stessa Onu ha ammesso: “Vi e un modulo di sfruttamento sessuale praticato dai peacekeepers che è del tutto contrario agli standard fissati dal Dipartimento per le operazioni di peacekeeping“. Le truppe occidentali, o i gruppi di guerriglia al soldo delle corporation e delle banche occidentali, in molti paesi, hanno creato una situazione talmente grave e criminale, che nel contesto gli stupri appaiono il male minore. La fame, le malattie, la denutrizione e il terrore in cui versa la popolazione, trasformano la realtà in un incubo. In Congo muoiono 31.000 persone al giorno, per la guerra e la fame, la maggior parte delle quali sono bambini. Secondo l’International Rescue Committee, dall’agosto del 1998, sono morte circa quattro milioni di persone. Sheila Sisulu, vicedirettore esecutivo del Programma Alimentare Mondiale, racconta episodi di “ordinaria” violenza:

La vita di Annie era serena. Aveva studiato Agraria all’università e suo marito aveva un ottimo lavoro. Vivevano con i loro figli in una casa di quattro stanze a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo. Poi un giorno suo marito dovette scappare per mettere in salvo la pelle. Cinque soldati governativi, venuti a cercarlo, violentarono Annie e le dissero che sarebbero tornati ad ucciderla. Annie non perse tempo. Prese i suoi figli e se ne andò in cerca di un pò di pace. Nella sua fuga fu fermata dai ribelli che la violentarono a loro volta usando anche delle bottiglie. Solo dopo molto, riuscì a raggiungere un campo profughi. Viveva in una casa di fango con i suoi nove figli. La storia di Annie è abbastanza comune… Nei 14 anni della guerra civile liberiana, il 40 per cento delle donne ha subito violenze. Metà di loro porta ancora i segni psichici e fisici di quell’esperienza. Molte, allontanate dalla propria comunità, sono costrette oggi a prostituirsi per sopravvivere il che le espone ancora di più a abusi e malattie sessualmente trasmittibili come l’HIV/AIDS. Stupri sistematici, torture, schiavitù sessuale sono stati usati per terrorizzare e destabilizzare le comunità di tutto il mondo, da Haiti alla Repubblica Democratica del Congo a Myanmar. Durante la lunga e sanguinosa guerra civile in Sierra Leone, migliaia di donne e ragazze, talvolta bambine di appena sette anni, sono state rapite e ridotte in schiavitù per essere usate sessualmente o come combattenti, obbligate a uccidere. 

Le aree di guerra e le basi militari diventano luoghi di sfruttamento e di schiavitù sessuale. In seguito alla creazione di una base militare, si registra l’aumento della prostituzione e delle violenze contro le donne. Nelle zone limitrofe alle basi americane si concentra l’offerta sessuale, perché c’è la domanda. Oltre alla prostituzione, i soldati americani praticano anche diverse forme di violenza e prepotenza contro le prostitute e le donne in genere. A Pordenone si formò un comitato per denunciare tali comportamenti. Racconta Carla Corso: “Il Comitato è nato perché eravamo semplicemente stufe di quello che succedeva a Pordenone, di tutta la prepotenza nei confronti delle prostitute, soprattutto da parte degli americani“. Durante la Seconda guerra mondiale, tutti gli eserciti praticarono la violenza sessuale contro le donne. Alcuni eserciti, come quello giapponese e americano, avevano una certa quantità di schiave sessuali, che erano donne fatte prigioniere e costrette a subire violenze sessuali da tutti i soldati. In Italia, alla fine della Seconda guerra mondiale, le truppe americane costrinsero 40.000 donne napoletane a prostituirsi, e violentarono numerose donne in tutti i luoghi occupati.

Nel periodo che va dal 1932 al 1945, circa 100.000 donne (l’80% erano coreane) furono ridotte in schiavitù dalle truppe giapponesi. Alcune di queste donne raccontarono cose agghiaccianti, che esprimono un livello di disumanità atroce. Ad esempio, una donna filippina raccontò:

Dodici soldati mi violentarono uno dopo l’altro, dopo di che mi venne data un’ora di pausa. Poi seguirono altri dodici soldati. Erano tutti allineati fuori dalla stanza aspettando il loro turno. Sanguinavo e provavo così tanto dolore che non mi reggevo in piedi. Il mattino seguente ero troppo debole per alzarmi… non riuscivo a mangiare. Provavo molto dolore e la mia vagina era gonfia. Piangevo e piangevo, chiamando mia madre. Non potevo oppormi ai soldati perché mi avrebbero uccisa. Che altro potevo fare? Ogni giorno, dalle 2 del pomeriggio alle 10 di sera, i soldati si allineavano fuori dalla mia stanza e dalle stanze delle altre sei donne che c’erano. Non avevo neanche il tempo di lavarmi al termine di ogni assalto. Di sera riuscivo solo a chiudere gli occhi e a piangere. Il mio vestito strappato si sarebbe sbriciolato a causa della crosta formata dal seme secco dei soldati. Mi lavavo con acqua calda e pezzi di vestito per essere pulita. Tenevo premuto il vestito sulla mia vagina come un impacco per alleviare quel dolore e il gonfiore Negli anni Sessanta, si ebbe una massiccia presenza militare americana nel Sud est Asiatico, in particolare in Thailandia, Cambogia, Laos, Vietnam e Birmania. Dopo pochi mesi dall’installazione delle basi Usa, si ebbe una crescita vertiginosa della prostituzione, dei locali notturni e dei luoghi di intrattenimento. I governi locali appoggiarono il fenomeno, permisero l’aumento della prostituzione e non intervenivano in alcun modo nemmeno di fronte a evidenti casi di violenza e maltrattamento. In Thailandia, nel 1950, c’erano 20.000 prostitute, ma dopo la costruzione delle basi americane diventarono 400.000 soltanto a Bangkok. La presenza delle truppe americane e dell’Onu, rese la zona del Sud est Asiatico un luogo di sfruttamento sessuale, anche minorile. In Thailandia, il 30% dello sfruttamento sessuale riguardava bambini. Le bambine thailandesi venivano violentate dai soldati americani, e poi inserite nel “mercato del sesso”. I soldati si valsero persino delle “ristrutturazioni” economiche imposte da Washington per pagare le prostitute soltanto pochi spiccioli. Nel 1997, pagavano sessanta dollari per andare con una prostituta thailandese, ma dopo le “riforme”, i soldati pagavano pochi dollari, avvantaggiandosi della svalutazione del bath thailandese. 

Alla fine della guerra del Vietnam, a Saigon c’erano circa 500.000 prostitute. Racconta la studiosa Paola Benevene: “Le basi militari hanno fatto sviluppare le città asiatiche o ne hanno fatto addirittura sorgere di nuove, semplicemente promuovendo la creazione di locali pubblici provvisti di prostitute“.
In Cambogia, nel 1991, dopo la firma degli accordi di pace, giunsero 100.000 soldati, oltre a funzionari delle Nazioni Unite e di altre istituzioni internazionali. Immediatamente il numero delle prostitute aumentò, e nel giro di due anni le donne sfruttate sessualmente salirono da 6.000 a 20.000.

Negli anni Sessanta, venne creata la più grande base Usa nella città di Olongapo, a Nord di Manila. Dopo pochi anni, la città divenne un enorme bordello. Su una popolazione di 200.000 abitanti, 60.000 donne e bambini vennero ridotti in schiavi sessuali dei soldati americani. Quando gli americani andarono via, nel 1992, molti soldati in pensione ritornarono a Olongapo per “fare affari”, continuando a sfruttare le donne e i bambini all’interno del giro di prostituzione creato anni prima.
Ovunque sorgono basi militari Usa, cresce a dismisura la prostituzione, e in molte zone viene creato dal nulla un giro di sfruttamento sessuale di donne e bambini. Anche nei territori della ex Jugoslavia, le truppe americane hanno creato un giro di prostituzione e di schiavitù sessuale. In Bosnia, nel 1992, durante i primi mesi di guerra, si stima una quantità di 20.000/50.000 donne stuprate dalle truppe occidentali.

La DynCorp , una grande società americana che fornisce servizi all’esercito americano, in Kosovo e in Bosnia mandò numerosi impiegati e quadri, che crearono una rete di schiave sessuali, anche bambine di 12/15 anni. Il traffico venne in seguito denunciato da alcuni impiegati, ad esempio, da Ben Johnston, che nel 2002 svelò alcuni particolari del sistema di schiavizzazione della DynCorp: “Da quando sono arrivato, mi si è parlato di prostituzione, ma ho impiegato del tempo per capire che si compravano le ragazze con 600/800 dollari. Io ho detto che questa è semplicemente schiavitù“.

Nonostante le denunce avessero prodotto molta indignazione e sollevato un’inchiesta, la DynCorp non subì alcuna penalizzazione, e i suoi uomini vennero considerati come impunibili, allo stesso modo dei soldati americani. Il caso della DynCorp non è l’unico, ma svela una consuetudine degli americani.
In Iraq e in Afghanistan, moltissime donne vengono quotidianamente violentate da soldati americani e britannici. I casi di violenza vengono in gran parte occultati, ma alcune donne hanno avuto il coraggio di raccontare fatti agghiaccianti: torture, maltrattamenti e violenze subite in seguito all’arresto arbitrario da parte delle truppe d’occupazione. Le organizzazioni che si battono contro le violenze alle donne, Women Against Rape  (Donne Contro lo Stupro) e Women’s Rape Action Project  (Progetto d’Azione Contro lo Stupro delle Donne Nere), raccontano:

Le donne irachene ci hanno detto che le donne sono in prigione per essere interrogate e torturate perché rivelino informazioni sugli uomini loro parenti. Per le donne la tortura comincia quasi sempre con la tortura dello stupro, spesso stupro da più uomini… Una donna dell’Università di Baghdad che lavora per Amnesty International ha descritto gli abusi sessuali a cui è stata personalmente sottoposta a un posto di blocco e quello che ha saputo da altre donne. “Mi ha puntato la luce laser direttamente in mezzo al petto e poi ha indicato il suo pene. Mi ha detto ‘Vieni qua, puttana, che ti scopo’“.Le donne rinchiuse nelle prigioni irachene sono regolarmente maltrattate e umiliate. Abdel Bassat Turki, ministro dimissionario per i diritti umani, spiega: “Venivano loro negate le cure mediche. Non avevano veri gabinetti. Ricevevano solo una coperta anche se era inverno. E le loro famiglie non potevano visitarle“.Molte donne irachene e afghane non raccontano le violenze subite per vergogna, per paura o perché traumatizzate. Un avvocato iracheno ha raccontato che una donna, ex-prigioniera di Abu Ghraib, “svenne prima di fornire maggiori dettagli dello stupro e delle coltellate subite da parte dei soldati americani“. Altre ex-detenute si vergognano a raccontare quello che hanno subito, e non ne parlano, anche per nasconderlo alle famiglie.

Women Against Rape ha denunciato che alcuni soldati inglesi hanno scattato foto di stupri e violenze, che poi hanno fatto circolare come materiale pornografico. Le truppe americane e britanniche praticano violenze sessuali anche su bambini, come è stato denunciato da numerose associazioni umanitarie. Esistono foto e video che documentano queste atrocità, e sono stati visionati anche da alcune autorità anglo-americane, come il vicepresidente americano Dick Cheney, che hanno fatto finta di non aver visto.
Le violenze riguardano anche le stesse donne soldato dell’esercito statunitense. Dorothy Mackey, ex-capitano di aviazione, in seguito alle violenze sessuali da lei stessa subite, si è messa in contatto con molte altre donne dell’esercito vittime di stupri e violenze. Queste donne raccontano che gli abusi sessuali, quasi sempre, non vengono puniti dalla gerarchia militare, che non li considera reati.

La “globalizzazione”, impoverendo molti paesi, ha prodotto il fenomeno della tratta e riduzione in schiavitù delle donne. Molte donne, spesso giovanissime, vengono adescate con la promessa di un posto di lavoro, ma una volta uscite dal loro paese vengono violentate, schiavizzate e costrette a un’esistenza da incubo. Queste donne vengono inserite nel giro di prostituzione di molti paesi europei. Ad esempio, in Belgio, almeno il 15% delle prostitute sono state ridotte in schiavitù dopo aver lasciato il loro paese. La maggior parte di esse proviene dall’Europa orientale, dalla Colombia, dal Perù e dalla Nigeria. Anche in Svizzera, ogni anno, vengono introdotte 1500/3000 donne schiavizzate.

Il traffico degli esseri umani è gestito e coordinato dalle stesse reti mafiose che si occupano del mercato della droga e delle armi. Ogni anno,  almeno 800.000/900.000 persone sono vittime della tratta, l’80% di esse sono bambini e donne. Mentre l’immigrazione illegale viene controllata e severamente perseguita da leggi gravemente discriminatorie, il traffico umano viene occultato attraverso passaggi illegali che permettono ai trafficanti dell’Europa dell’est o africani, di portare in Italia o in altri paesi, gruppi di ragazze da inserire nella rete della prostituzione. Il commercio degli esseri umani, specie donne e bambini, è oggi più che mai fiorente, e interessa sia lo sfruttamento sessuale e lavorativo, sia l’accattonaggio ed il traffico di organi umani. tratta degli esseri umani

La tratta degli esseri umani è aumentata a dismisura in seguito all’impoverimento dei paesi dell’est europeo, della ex Jugoslavia e della ex Unione Sovietica. Dall’inizio degli anni Novanta, la Banca Mondiale è intervenuta a saccheggiare questi paesi. Il Fondo Monetario Internazionale ne ha gravemente indebolito l’economia, accrescendo la miseria di numerose famiglie. In seguito alle “riforme” imposte, la disoccupazione ha raggiunto livelli molto elevati, e anche chi lavora guadagna così poco da non poter pagare il necessario per la sopravvivenza. Per questo, con la promessa di un lavoro, molte ragazze di questi paesi sono disposte a rischiare e a partire, ritrovandosi poi schiavizzate e costrette a prostituirsi.

Alcune di esse, per la miseria, hanno accettato di entrare in un giro di prostituzione che si basa su cataloghi o su foto pubblicate su alcuni siti internet, attraverso i quali, “l’utente” occidentale può “valutare la merce” e “acquistarla”. L’offerta è in aumento perché è in crescita la domanda di molti uomini europei, che pur sapendo che si tratta di un traffico basato sulla miseria e sulla disperazione, chiedono di fare sesso con queste donne.
Tutti questi fenomeni criminali non vengono seriamente contrastati dai governi, che si limitano di tanto in tanto a fare qualche indagine, ma non mettono in pratica efficaci strategie per impedire che le immigrate vengano costrette a prostituirsi.

Le donne schiavizzate sono tenute sotto minaccia, e talvolta torturate con sigarette spente sulla pelle o violenze fisiche e psicologiche di vario genere. La situazione di schiavitù delle donne straniere costrette a prostituirsi, è ormai nota a tutti, eppure una grande quantità di uomini europei vanno con queste donne, rendendosi complici di crimini gravissimi. La responsabilità di questi uomini è assai grave, perché se non ci fosse la domanda non ci sarebbe nemmeno l’offerta.
Anche nelle zone dove non c’è guerra, la violenza contro le donne può essere elevata. Nel mondo, secondo le stime dell’United Nations Development Fund for Women (Fondo di sviluppo delle Nazioni Unite per le donne, Unifem), una donna su tre è stata picchiata, violentata o abusata almeno una volta nella vita. Le percentuali variano da paese in paese: in Canada il 29 %, in Nicaragua il 28 %, in Australia il 23%, in Cambogia il 16 %, ecc. Nel 70% dei casi di assassinio di donne, il colpevole è il coniuge.

Nei paesi poveri, spesso le violenze determinano l’entrata nel giro delle prostituzione. In India, ogni anno quasi 2 milioni di bambine, tra i 5 e i 15 anni, vengono avviate alla prostituzione, mentre in Bangladesh, negli anni Novanta, sono state schiavizzate oltre 200.000 donne, molte delle quali giovanissime.
L’Italia, fra i paesi europei, ha il triste primato del turismo sessuale. Ogni anno circa 80.000 uomini italiani vanno all’estero per avere rapporti sessuali con ragazzine più giovani delle loro figlie. Questi uomini, non avendo integrato gli aspetti femminili della loro personalità, che la nostra cultura svaluta e reprime, esprimono tutto il loro disprezzo verso il femminile facendo sesso con bambine che ricevono in cambio pochi spiccioli per comprare l’acqua e una scodella di riso. Come se quelle bambine non dovessero avere gli stessi diritti delle loro figlie.

Su questo sconcertante fenomeno, scriveva Enzo Baldoni: “Ma non sono quasi tutti mariti, quasi tutti padri i milioni di tedeschi, italiani, inglesi, americani che ogni anno affollano i bordelli della Thailandia (o del Brasile) per montare addosso a bambine di dieci, otto perfino quattro anni?”Anche nel mondo ricco molte donne subiscono discriminazioni, violenze e maltrattamenti. Negli Stati Uniti, ogni anno 700.000 donne vengono violentate o aggredite, mentre in Francia, 50.000/90.000 donne subiscono violenza sessuale, e la maggior parte di esse non sporge alcuna denuncia.

Tutte le religioni tradizionali discriminano le donne, impedendo l’amministrazione del culto e imponendo dottrine che le penalizzano. Il mondo ricco non tratta la donna al pari dell’uomo, ma la relega nelle mansioni più umili e la considera per il suo aspetto estetico, all’interno di un sistema mediatico che esalta la sessualità nei suoi aspetti più istintivi.
La propaganda mediatica, punta a convincere che la donna occidentale gode degli stessi diritti dell’uomo, per scoraggiare ogni lotta per un’effettiva parità. Negli anni Settanta si parlava di femminismo e di lotte per la parità, ma oggi ciò appare come ridicolo e obsoleto, e questo sancisce la reale condizione di inferiorità della donna, spacciata per parità.

Mentre la cultura islamica nasconde la donna o la isola socialmente, la cultura occidentale tende a denigrarla, e a farla apparire come oggetto se

In Italia 3 milioni di persone soffrono di anoressia o bulimia, e nel 95% dei casi si tratta di donne. Queste patologie emergono soprattutto nella fascia d’età che va dai 12 ai 25 anni. La bambina, fin da piccola, apprende che l’avvenenza sessuale è la cosa più importante richiesta alla donna, e che i modelli estetici proposti dai media sono praticamente irraggiungibili. Una ricerca della Società Italiana di Pediatria ha fatto emergere che già le ragazzine delle scuole medie, per il 60,4%, sono preoccupate per il loro peso, e vorrebbero diventare più magre. Molte di esse, per adeguarsi al modello estetico proposto dai media, intraprenderanno diete che potranno dare inizio a problemi nell’alimentazione.

Le modelle delle passerelle o le ragazze delle copertine delle riviste, spesso hanno un corpo sottopeso, e non godono di salute fisica come dovrebbero, essendo sottoposte a diete non salutari. Esse stesse sono vittime del modello imposto nel mondo della moda e della pubblicità, e possono avere conseguenze gravi per la loro salute. Alcune di esse giungono alla morte.
Per uscire dalle patologie alimentari occorrono spesso lunghe cure psicoterapiche, che operino in senso contrario rispetto alla destabilizzazione psicologica dei media, facendo acquisire alle ragazze  sicurezza in se stesse e recuperare la loro interezza di persone.

In Italia non c’è alcuna parità fra uomo e donna. Le donne sono discriminate nel lavoro, nella società e talvolta anche in famiglia. Esse lavorano con salari più bassi e meno possibilità di carriera. Negli ordini professionali o nei posti di comando le donne sono pochissime, così come nel settore della politica e della burocrazia. Le donne lavorano in quelle mansioni che richiedono bella presenza, come la commessa, oppure nelle mansioni più umili o poco qualificati, come nelle pulizie o nell’assistenza agli anziani. Nel resto dell’Europa e negli Usa c’è una situazione analoga, anche se l’occupazione femminile è più elevata e ci sono più donne nelle posizioni di prestigio.

In Italia proliferano i concorsi di bellezza, e persino la Rai dedica ogni anno molte serate all’elezione di Miss Italia, esaltando l’evento come fosse importantissimo. Gli spettacoli televisivi mostrano donne poco vestite, che vengono utilizzate per la loro avvenenza. Da anni ormai ci siamo abituati all’esistenza di programmi in cui sono presenti una o più figure femminili che si offrono alla vista ma non hanno alcun ruolo né competenze professionali. In alcuni di questi programmi, vengono fatte inquadrature maliziose di seni, glutei o labbra gonfie e invitanti. Negli ultimi anni, i modelli femminili proposti in TV sono diventati sempre più lontani dalle donne reali, e sempre più vicini a quelle immagini delle riviste che nei tempi passati venivano nascoste dietro le edicole. Le vallette in TV, spesso non hanno nemmeno un nome, e subiscono una depersonalizzazione che ha lo scopo di farle apparire semplicemente come oggetti sessuali seducenti.

ssuale o merce. In entrambi i casi si tratta di culture maschili e maschiliste, che temono gli aspetti femminili dell’essere umano, come l’intuito, la crescita emotiva e la creatività, e per sopperire a questo, alimentano gli aspetti del maschile che non sono costruttivi né creativi, come il militarismo e il machismo.
Le donne del mondo ricco sono esposte al martellamento mediatico denigrante e mercificante, che le destabilizza e in molti casi provoca disturbi alimentari o scompensi di vario genere. Il martellamento punta a farle sentire fisicamente inadeguate, attraverso modelli perfetti, dotati di magrezza non naturale o di caratteristiche fisiche non comuni.

In Italia 3 milioni di persone soffrono di anoressia o bulimia, e nel 95% dei casi si tratta di donne. Queste patologie emergono soprattutto nella fascia d’età che va dai 12 ai 25 anni. La bambina, fin da piccola, apprende che l’avvenenza sessuale è la cosa più importante richiesta alla donna, e che i modelli estetici proposti dai media sono praticamente irraggiungibili. Una ricerca della Società Italiana di Pediatria ha fatto emergere che già le ragazzine delle scuole medie, per il 60,4%, sono preoccupate per il loro peso, e vorrebbero diventare più magre. Molte di esse, per adeguarsi al modello estetico proposto dai media, intraprenderanno diete che potranno dare inizio a problemi nell’alimentazione.

Le modelle delle passerelle o le ragazze delle copertine delle riviste, spesso hanno un corpo sottopeso, e non godono di salute fisica come dovrebbero, essendo sottoposte a diete non salutari. Esse stesse sono vittime del modello imposto nel mondo della moda e della pubblicità, e possono avere conseguenze gravi per la loro salute. Alcune di esse giungono alla morte.
Per uscire dalle patologie alimentari occorrono spesso lunghe cure psicoterapiche, che operino in senso contrario rispetto alla destabilizzazione psicologica dei media, facendo acquisire alle ragazze  sicurezza in se stesse e recuperare la loro interezza di persone.

In Italia non c’è alcuna parità fra uomo e donna. Le donne sono discriminate nel lavoro, nella società e talvolta anche in famiglia. Esse lavorano con salari più bassi e meno possibilità di carriera. Negli ordini professionali o nei posti di comando le donne sono pochissime, così come nel settore della politica e della burocrazia. Le donne lavorano in quelle mansioni che richiedono bella presenza, come la commessa, oppure nelle mansioni più umili o poco qualificati, come nelle pulizie o nell’assistenza agli anziani. Nel resto dell’Europa e negli Usa c’è una situazione analoga, anche se l’occupazione femminile è più elevata e ci sono più donne nelle posizioni di prestigio.

In Italia proliferano i concorsi di bellezza, e persino la Rai dedica ogni anno molte serate all’elezione di Miss Italia, esaltando l’evento come fosse importantissimo. Gli spettacoli televisivi mostrano donne poco vestite, che vengono utilizzate per la loro avvenenza. Da anni ormai ci siamo abituati all’esistenza di programmi in cui sono presenti una o più figure femminili che si offrono alla vista ma non hanno alcun ruolo né competenze professionali. In alcuni di questi programmi, vengono fatte inquadrature maliziose di seni, glutei o labbra gonfie e invitanti. Negli ultimi anni, i modelli femminili proposti in TV sono diventati sempre più lontani dalle donne reali, e sempre più vicini a quelle immagini delle riviste che nei tempi passati venivano nascoste dietro le edicole. Le vallette in TV, spesso non hanno nemmeno un nome, e subiscono una depersonalizzazione che ha lo scopo di farle apparire semplicemente come oggetti sessuali seducenti.

Nel 2005, noi italiani abbiamo ricevuto alcuni consigli da uno speciale comitato dell’Onu (il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne), che denunciava la tendenza, in Italia, a mercificare il corpo femminile nei media (TV, pubblicità) e a relegare la donna in ruoli subalterni. Il comitato dell’Onu osservava che “tali atteggiamenti sono la causa della posizione svantaggiata delle donne sul lavoro e nella politica“, e consigliava di “promuovere un’immagine delle donne alla pari in tutte le sfere della vita“.
Negli ultimi decenni, in Italia, la qualità dei programmi TV si è talmente abbassata da ridursi quasi esclusivamente a spettacoli scadenti, volgari o sgradevoli, che mettono in ridicolo o umiliano la figura femminile. Ad esempio, qualche tempo fa, in una puntata di “Porta a Porta”, il conduttore Bruno Vespa ospitava una donna che doveva mostrare i suoi seni prorompenti, come se ciò fosse indispensabile per consentire agli ospiti di trattare il problema della chirurgia del seno.

La TV mostra molto spesso il corpo femminile nudo o seminudo  utilizzato come oggetto di seduzione, per la pubblicizzazione di qualsiasi prodotto. Queste pubblicità, trasmesse a tutte le ore, sono altamente diseducative perché promuovono l’idea di donna come oggetto sessuale, e mostrano corpi femminili perfetti, che producono nelle donne comuni complessi d’inferiorità.
In questi giorni, l’Istat ha notificato un’indagine sulla condizione femminile nel nostro paese, rilevando un livello altissimo di violenza contro le donne. I comportamenti di minaccia o persecutori di ex partner riguarderebbero almeno 2.077.000 donne. Le vittime di violenze fisiche o sessuali sono 6.743.000, mentre le donne che hanno subito violenze psicologiche dal partner sono 7.134.000. Negli ultimi 12 mesi, oltre un milione e mezzo di donne sono state vittime di violenza sessuale o fisica. Gli stupri spesso non sono denunciati, e molte donne non parlano con nessuno delle violenze subite. Dall’indagine emerge che ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo. Nel 2005 le donne uccise dagli ex partner sono state 134, e 112 nel 2006.

Nel 2006, in Italia, ci sono stati 74.000 stupri, il 6,6% dei quali ha riguardato minorenni. Ogni anno 500.000 donne italiane denunciano casi di stupro, di molestie o di tentata violenza.
La cultura occidentale, dominata dal maschile, teme la donna a tal punto da avvilire la sua personalità ponendo limiti al suo rappresentare se stessa. Tale cultura ha creato numerosi stereotipi negativi sulla donna. Ad esempio, c’è lo stereotipo della segretaria che siede sulla gambe del “capo”, ad intendere di essere sottomessa al suo prestigio e potere; c’è la donna bella e poco intelligente che si comporta da ochetta, e c’è la donna brutta e occhialuta che è intelligente. Come se una donna bella non potesse essere un’intellettuale. C’è anche lo stereotipo della “malafemmina”, cioè la donna che imbriglia l’uomo con la seduzione. Questi stereotipi puntano a condizionare la personalità femminile o a porla in ambiti ristretti.

Nella cultura occidentale, il modello di successo femminile non viene collegato a meriti o a talenti della donna, ma al matrimonio che essa contrae. Il modello femminile tradizionale è quello della donna che realizza se stessa con un buon matrimonio, cioè sposando un uomo di buon livello socio-economico.
Negli ultimi anni, gli stereotipi e i modelli femminili offerti dai media hanno acquisito caratteristiche ancora più negative, attraverso i personaggi proposti dalla TV, come le veline e le vallette. Si tratta di donne giovani che non fanno nulla, ma si limitano a mostrare parti del loro corpo muovendosi in modo seduttivo. Molte ragazze vorrebbero assumere quei ruoli, e per questo alcune di esse sono disposte anche ad offrire “prestazioni sessuali”, come i recenti scandali hanno rivelato. Queste ragazze sono cresciute vedendo pubblicità seduttive e TV spazzatura, e sono state condizionate a tal punto da non essere in grado di assumere l’integrità della loro persona come valore fondamentale.

La cultura occidentale illude la donna di essere libera sessualmente, ma “mercificare” non significa liberare. Nelle civiltà dominate dal maschile è l’uomo che vuole stabilire quale debba essere la personalità e la sessualità femminile, attuando un controllo che tende ad alterare ciò che il femminile originariamente è o può essere.
Negli ultimi decenni, i media occidentali puntano a fare in modo che la donna abbassi il concetto che ha di se stessa, fino a ritenere di valere soltanto per le sue qualità estetiche. Sempre più programmi televisivi parlano di interventi chirurgici per modellare il corpo o per eliminare le rughe. L’invasione massiccia di questi programmi e delle pubblicità di prodotti per la bellezza o per il trucco, rischiano di farci perdere di vista che prima ancora di essere donne o uomini, siamo persone, e come tali abbiamo diritto al rispetto del nostro corpo e della nostra dignità di esseri umani. Le risorse dell’uomo sono sia “maschili” che “femminili”, e risulta impossibile un vero progresso culturale e umano se non si integrano tutti gli aspetti, e se non si diventa capaci di rispettare ogni essere umano nel suo valore di persona. spider-woman-1-manara

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3 comments

  1. Camelia Nina · novembre 4, 2015

    Un tema caldo, controverso e troppo poco discusso.
    Sempre a proposito….https://neanuovaecologiaartistica.wordpress.com/2015/09/09/supervenus-io-sono-io/

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    • magilublog · novembre 4, 2015

      eh già molto poco discusso e così tanto mercificato….grazie

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      • Camelia Nina · novembre 4, 2015

        Ancora c’è chi cerca di giustificare (spesso uomini), nell’accettazione che la donna ha della situazione, l’eliminazione del clitoride, l’infibulazione. Poiché le donne e le ragazzine delle tribù che utilizzano questa pratica di amputazione femminile, cercano di rientrare nella “normalità” della loro società e quindi vogliono subire tale violenza (ma solo per una questione di accettazione, perché al contrario verrebbero ripudiate, violentate, ammazzate, abbandonate), allora i già citati alcuni (uomini) sostengono che i “primitivi”, nell’accezione negativa del termine, siamo noi che vogliamo eliminare fondamenti di altre culture diverse dalle nostre. Ok, allora io sono primitiva, perché voglio l’abolizione di qualunque cultura della violenza, in particolare su bambine e donne!

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