Sport Estremi

Gli sport estremi tra passione, follia e buisness

Forse in nessun’altra area sportiva la distinzione tra dilettante e professionista, tra amatore e agonista rischia di essere, oltre che difficoltosa, così parziale e ingannevole. “Adrenalina” è il termine più diffuso nei racconti di chi pratica abitualmente o abbia provato almeno una volta l’esperienza deglisport estremi, o sport d’avventura. “Sfida” si classifica al secondo posto.

Quando si parla di sport estremi l’aggettivo è forse più espressivo del sostantivo. Nella vita quotidiana (carriera, lavoro) si è spesso più soggetti alla volontà degli altri che al proprio valore oggettivo. Trovarsi invece in situazioni difficili, pericolose, in qualche misura primitive per il contatto con gli aspetti più particolari della natura è, davvero, il significato di queste pratiche, più del diporto, in senso classico, da cui derivano nome e concetto abituale di sport. Bisogno di avventura, sensazioni forti e fuori dall’ordinario, filosofia di vita, ritorno all’essenziale: sono questi i primi valori e riferimenti degli amanti di tali discipline. Piacere, emozioni, autodisciplina. E in più c’è il ben noto coefficiente di imprevedibilità: la sfida degli sport estremi basa il suo successo sui rischi probabili ma non certi. Paracadutismo e alpinismo non impallidiscono rispetto a certe pratiche, ma certamente hanno degli eredi moderni.
Un aspetto peculiare di tali sport è l’enorme libertà lasciata al praticante; le regole, intese in senso giuridico, sono di gran lunga inferiori a quelle tecniche, che però lasciano pochi margini agli errori: le
autoregolamentazioni più significative hanno di solito fatto seguito a circostanze dolorose, in cui hanno perso la vita anche personaggi molto esperti e famosi in tale campo. Ma il limite vero, alla fine, è rappresentato dalle variabili ambientali e dalle proprie capacità, fisiche, tecniche, soprattutto psicologiche. A tale proposito, oltre all’indubbia spregiudicatezza e al grande coraggio, negli appassionati di questi sport qualcuno ha ravvisato un possibile meccanismo controfobico, ossia una spinta ad affrontare situazioni insolite e rischiose dovuta non a mancanza di paura, ma, anzi, proprio alla voglia di negare, anche socialmente, l’esistenza di tale paura; è più o meno la stessa pulsione che spinge certi adolescenti a giochi o test pericolosissimi, che non hanno nulla a che vedere con lo sport inteso come passione, preparazione e abilità, per dimostrare qualcosa a sé e ad altri. Del resto è difficile definire il concetto di coraggio nella società di oggi.
In ogni caso i praticanti degli sport estremi sono migliaia e migliaia, non si può parlare di pochi esaltati più o meno ricchi, come poteva forse essere all’inizio, negli anni Cinquanta e Sessanta, in California o in Nuova Zelanda, considerate, di solito in questo ordine, i luoghi di origine degli sport estremi. Allora si partì con il surf, ilfree climbing o arrampicata libera (scalata di pareti in roccia senza particolari attrezzature alpinistiche), il rafting (discesa dei torrenti in zattera, o meglio su un gommone senza motore, armati di coraggio, muta, caschetto, stivaletti inneoprene e salvagente) e il triathlon (combinazione di nuoto, ciclismo e corsa). Nella pletora di classificazioni, a volte discrezionali, di tali discipline non mancano quelle che vi annoverano il trekking, posto disinvoltamente accanto, per esempio, a orienteering, parapendio e deltaplano.
Persino la mountain bike può essere in origine riconducibile a questo tipo di attività. Oggi abbiamo il downhill, percorso cross a cronometro proprio in mountain bike. Biciclette simili a moto da cross, sassi, vegetazione, punte di 90 km/h. Ancor più di recente si va diffondendo il kite surfing, che unisce la tradizionale tavola per muoversi sulle onde a una sorta di vela che fa da ala, o meglio da aquilone. Questo, lungo una decina di metri, manovrabile a due o quattro cavi, funziona come un motore ad aria che spinge l’equilibrista, legato e assicurato da un’imbragatura, facendolo (nel migliore dei casi) volteggiare. I più bravi sembra siano gli americani, seguiti da neozelandesi e australiani e, tra gli europei, da francesi e spagnoli.
Oltre agli sport già citati, tra i più diffusi oggi si possono elencare, nella certezza di tralasciarne qualcuno: il base jumping, lancio con il paracadute effettuato dai posti più stravaganti (“base” è l’acronimo degli equivalenti inglesi di edifici, torri, ponti e scogliere); il bungee jumping (nascente da un antico rituale d’iniziazione di una tribù delle Nuove Ebridi che segnava il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta), considerato in certi casi propedeutico al paracadutismo o al volo in deltaplano; il canyoning o torrentismo, per il quale, oltre a tuta di neoprene, casco, giubbetto, ganci, corde e spirito di avventura, occorre avere ben chiari tabella delle difficoltà e tempi di percorrenza; il cascatismo o ice climbing; la discesa di un torrente stando sdraiati su un piccolo bob di plastica (hydrospeed: a capofitto tra i gorghi, pancia praticamente in acqua, sui sassi, spesso si è travolti, ci si ribalta, si va sotto, si riprende la discesa, si prova a governare la natura); l’ice flying, ossia ilwindsurf sul ghiaccio; lo snow rafting, cioè la discesa sulla neve fuori pista in un gommone; il river trekking, vale a dire la risalita, a piedi, del letto di un fiume, superando tutti gli ostacoli che questo comporta; il parasailing o parafly, ossia il volo con l’ala di un paracadute, collegato a un’imbarcazione, che fa raggiungere quote di oltre 160 metri, da soli o in coppia: si decolla in barca, scegliendo la distanza da raggiungere tramite un apposito cavo, e si atterra sempre in barca.
Insomma, il catalogo è sterminato: passa dagli amanti della mongolfiera agli helibikers, cioè quelli che si gettano da un elicottero stando in sella a una bicicletta, ai giochi di simulazione bellica sul territorio (softair). E ancora: heliski, ovverosia lo sci con l’elicottero, skysurf, cioè il paracadutismo con una tavola ai piedi, streetluge, vale a dire la discesa su uno slittino da strada (da cui prende il nome) senza freni.
Le stesse caratteristiche tecniche dell’attività sono legate alla discrezionalità e alla fantasia, quindi nascono spesso, sperimentalmente o ludicamente, nuove discipline sulla falsariga di quelle esistenti, magari accostando due diverse specialità: è il caso, ma è solo un esempio, del kitesnow, consistente, in pratica, nel muoversi sulla neve con gli sci o con lo snowboard, sfruttando il vento grazie a un aquilone da traino: è il cugino del kite surfing praticato in mare, forse anche più silenzioso e veloce.
La mancanza di un’autentica codificazione consolidata lascia aperta persino la possibilità di effettuare degli studi di natura medica, oltre che sociologica, su alcuneprove di fatica e resistenza fisica e psicologica (si pensi alle ultramaratone sulle montagne o nei deserti, lunghe diversi giorni, in condizioni certamente non confortevoli). Occorre comunque precisare che in quasi tutte queste attività è possibile per i neofiti la presenza di accompagnatori esperti.
Ma è il fenomeno del “turismo estremo”, viaggi e vacanze organizzati appositamente per poter praticare uno o più d’uno di tali sport, a risultare in continua espansione, e solo in Italia conta diverse decine di migliaia di persone. Alcuni negozi di attrezzature tecniche si occupano addirittura di organizzare e gestire corsi di certe discipline. Inoltre esistono centri sportivi specializzati in diverse località turistiche, e persino dei parchi con strutture per questo genere di attività, a difficoltà crescente, teoricamente accessibili a tutti. Al riguardo alcuni istruttori di questi centri hanno spesso riconosciuto che la gente non si accorge dei pericoli reali, pensa solo al divertimento. E qualche sociologo sottolinea che forse l’uso eccessivo dei videogiochi e la frequentazione prolungata e quasi morbosa delweb possono alterare, nei ragazzi (in quanto personalità non ancora formate) o in altri soggetti più deboli, i nessi tra causa ed effetto e la percezione del pericolo.
Qualche maligno tira in ballo anche la moda o l’esibizionismo, più del desiderio di uscire dall’anonimato, dalla massa: si sottolinea che, se è davvero il brivido quel che si cerca, la psicopatologia di certi comportamenti metropolitani o addirittura familiari, o il percorrere determinati tratti di autostrada di notte, o condurre un’azienda in zone a forte rischio di criminalità certamente non deluderebbero le aspettative. Altre scuole di pensiero, su posizioni praticamente opposte, preferiscono evidenziare invece il possibile valore terapeutico degli sport d’avventura, in quanto tali pratiche aiuterebbero anche nella vita a superare paure e insicurezze, imparare l’umiltà, tenere conto dei propri limiti senza trucchi.
In tal senso è significativa l’esperienza dell’inglese Dean Dunbar, che a causa di una rara malattia (una forma di retinite pigmentosa) sconta da anni un forte deterioramento della vista e può essere considerato un non vedente. Ma la sua menomazione non lo frena affatto, è un assiduo e appassionato praticante di sport estremi (ne ha sperimentati più di venti), gira un po’ per tutto il mondo ed è un invito vivente a riflettere e a non scoraggiarsi.
Un ulteriore aspetto è la creazione, o il perfezionamento, di attrezzature ormai indispensabili per molte di queste attività. Abbigliamento specializzato, strumentazione, business. L’espressione “no limits” è ormai anche un noto slogan pubblicitario, e sicuramente gioca su un latente desiderio di emulazione di personaggi affascinanti anche solo tramite il possesso dei loro stessi strumenti. Ma tessuti e materiali creati e collaudati per questi scopi potranno in qualche caso aprire la strada anche a possibili produzioni industriali per altre finalità: si pensi per esempio alle emergenze per le calamità naturali.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...